giovedì 25 agosto 2016

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antichi regni che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricchi? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antiche potenze che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricche? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e intermediazione d’affari; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antiche potenze che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricche? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

martedì 2 agosto 2016

Europalgia

Quando il termine nostalgia fu usato per la prima volta, nel 1688, non aveva nulla a che vedere con i dolci ricordi d’infanzia o con le romantiche foto color seppia del paesello che fu.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare alla sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Il fatto è che io ricordo (un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.

Europalgia

Quando il termine nostalgia fu usato per la prima volta, nel 1688, non aveva nulla a che vedere con i dolci ricordi d’infanzia o con le romantiche foto color seppia del paesello che fu.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare alla sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Perché io ricordo (che sia un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.

Europalgia

Quando il termine nostalgia fu usato per la prima volta, nel 1688, non aveva nulla a che vedere con i dolci ricordi d’infanzia o con le romantiche foto color seppia del paesello che fu.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare nella sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Perché io ricordo (che sia un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.

sabato 7 maggio 2016

C'era una volta il pianeta Terra. Maggio 2016. Prima settimana

Yukako Fukushima è una chirurga estetica di Osaka. Lavora presso la clinica Kawamura Gishi, nel pieno centro della seconda città giapponese per numero d’abitanti.
E’ specializzata nella fabbricazione e nell’impianto di dita artificiali. Combinando venti diversi colori, è in grado di ottenere oltre mille tonalità di rosa. Il risultato è che le protesi sono assolutamente identiche alle dita originali.
I suoi clienti sono soprattutto ex-membri della yakuza, la potentissima mafia nipponica. Il taglio della prima falange del mignolo, in giapponese, si chiama yubitsume (letteralmente, accorciamento del dito). E’ una punizione rituale che i trasgressori alle regole dell’organizzazione devono auto-infliggersi.
La dottoressa Fukushima lavora in collaborazione con la polizia. Le sue protesi servono ai membri della yakuza che vogliono rifarsi una vita e, per riuscirci, devono nascondere quel vecchio, riconoscibilissimo marchio d’appartenenza.
Negli ultimi anni è stata oberata di lavoro. Il suo successo professionale è un segno della fase di decadenza che la mafia giapponese sta attraversando. Aveva 80 mila membri nel 2009, ridottisi oggi a 53 mila.
*****
Secondo uno studio dell’Ufficio delle statistiche sul lavoro statunitense (Bureau of Labor Statistics), gli utenti americani di Facebook trascorrono mediamente cinquanta minuti al giorno sui social media. Solo la Tv batte Facebook (2,8 ore al giorno). La lettura si ferma a 19 minuti, Youtube a 17 (Twitter a un solo, miserabile minuto). Ciò spiega il successo economico della società di Mark Zuckerberg. Più tempo un utente passa su Facebook, più il gestore è in grado di tracciarne le preferenze e di personalizzare le inserzioni sulla sua pagina. Una manna per i pubblicitari, che infatti stanno dirottando i loro investimenti dalla stampa e dalla TV tradizionali (troppo generaliste) in direzione di Facebook.
Il trend è in crescita. Cinquanta minuti al giorno significa che, nel corso di un mese, un utente americano medio trascorre un giorno intero a “scrollare” Facebook. Dodici giorni all’anno. Che diventano tuttavia molti di più nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni. Senza ovviamente contare che al totale delle 24 ore giornaliere andrebbero sottratte quelle dedicate al sonno e al lavoro. Fatelo, e l’incidenza di Facebook sul nostro tempo libero finirà con l’assumere dimensioni inquietanti.
*****
Gli elettori di Donald Trump sono in prevalenza maschi, bianchi, diplomati e con un reddito inferiore ai 50 mila dollari all’anno. Curiosamente ma non troppo, la stessa fascia di reddito dei sostenitori di Bernie Sanders, il rivale di sinistra di Hillary Clinton.
Trattasi di gruppi sociali che un tempo sarebbero stati definiti “classe media” (o classe lavoratrice, nella versione americana. I veri poveri, negli Stati uniti, dove occorre registrarsi alle liste elettorali per votare, fanno parte della fascia di reddito in questione ma sono di fatto esclusi dal computo dell’elettorato attivo).
Il sistema elettorale americano è stato modellato sulla classe media, e lo stesso vale per le strategie politico-elettorali dei Repubblicani e dei Democratici (definiti, un tempo, partiti pigliatutto). Quello che sta accadendo negli Stati uniti è solo l’antipasto di una crisi della classe media, devastata dalle disuguaglianze sociali, che sta manifestandosi in tutta la sua gravità nella quasi totalità dei paesi occidentali.
L’élite del partito democratico, rappresentata da Hillary Clinton, sopravvive ancora grazie all’apporto delle minoranze etniche; quella del partito repubblicano è stata letteralmente spazzata via dal ciclone Donald Trump.
Il mondo non sarà mai più come era.
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La cosa più divertente di un’eventuale vittoria di Donald Trump è che toccherebbe proprio a lui, al candidato che ha basato gran parte del suo successo sull’ostilità nei confronti degli immigrati, sul voler costruire muri e su tutto il resto della paccottiglia populista, ad aprire le porte della Casa bianca alla prima first lady non americana.
Sua moglie si chiama Melania Knauss, all’anagrafe Knavs (cambiò il suo cognome quando divenne una top-model). E’ nata a Novo Mesto nel 1970, all'epoca in cui la Slovenia era ancora soltanto una regione della ex-Jugoslavia.
E’ cittadina americana dal 2001, dopo il matrimonio con Trump. La cui prima moglie, tra perentesi, era un’altra modella nata nell’ex Cecoslovacchia.
L’amore non conosce limiti né, a quanto pare, frontiere.
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Il Lussemburgo è un piccolo paese di poco più di 500 mila abitanti, incastonato tra la Francia, il Belgio e la Germania. E’ un noto paradiso fiscale, circostanza che misteriosamente non gli impedisce di esprimere un presidente della Commissione europea che per giunta si permette, senza il minimo senso del ridicolo, di dare lezioni di responsabilità fiscale agli altri paesi dell’Unione.
Eppure, nel giro di cinque anni, questo microscopico staterello potrebbe diventare una delle potenze minerarie più importanti del mondo.
A quanto pare, il Gran Ducato ha un ente spaziale che ha appena sottoscritto due accordi con altrettante società aerospaziali: la californiana Deep Space Industries e la Planetary Resources (che annovera tra i soci Larry Page e Eric Schmidt di Google e il fondatore della Virgin, Richard Branson).
L'obiettivo è quello di lanciare entro il 2020 la prima missione mineraria nello spazio profondo, allo scopo di prelevare minerari rari e preziosi da asteroidi e quant’altro per mezzo di navicelle spaziali prive d’equipaggio.

mercoledì 23 marzo 2016

Quando i terroristi erano nostri alleati

Riassunto delle puntate precedenti.
Nel 2011, quando scoppiò la guerra civile in Siria, centinaia di cittadini europei d’origine araba abbandonarono la pace delle loro case per andare a combattere al fianco dei ribelli.
Si era nel pieno della cosiddetta “primavera araba”: le masse popolari della Tunisia, dell’Egitto, della Libia e adesso della Siria si erano sollevate contro i loro tiranni. Nei primi tre casi con apparente successo.
Ce ne fu perfino una quinta, di primavera araba, molto meno nota delle altre. Anche in Bahrein, infatti, gran parte della popolazione si sollevò, ma dal momento che quel piccolo paese rientra nell’area d’influenza dell’Arabia Saudita, quest’ultima poté tranquillamente donare al regime di Manama le armi acquistate in Gran Bretagna e in Francia affinché sedasse la rivolta. Un conto sono i tanto celebrati valori dell’Occidente, un altro le più mondane esigenze della realpolitik e della geopolitica.
Qualcuno si spinse fino al punto da associare quei giovani arabi d’Occidente, andati a combattere il tiranno Assad figlio, alle migliaia di volontari che negli anni ’30 del secolo scorso partirono dalla Gran Bretagna, dalla Francia e da altri paesi europei per farsi ammazzare in Spagna dalle truppe di Francisco Franco.
In entrambi i casi si trattava di schierarsi dalla parte della giustizia, dei difensori della democrazia oppressa.
Per un po’, i leader occidentali videro di buon occhio quelle sollevazioni popolari (Barhein escluso, ça va sans dire). La piccola Tunisia conta relativamente poco, Gheddafi era sempre stato un megalomane rompicoglioni, e l’Egitto sembrava promettere una svolta perfino più filo-occidentale del filo-americano Mubarak.
La questione siriana era un attimo più complicata. Sulla lavagna dei buoni e dei cattivi, il nome di Assad figlio compariva nella parte giusta. La bellissima moglie Asma è addirittura nata a Londra, ed era talmente à la page che i commercianti di Bond Street (la via Montenapoleone della capitale britannica) ancora piangono la sua assenza. Pare fosse una delle più grandi collezioniste al mondo di scarpe Louboutin da tremila euro al paio. Se questo non significa far parte della vera élite dell’Occidente, ditemi voi cos’altro.
Ciò non impediva che a Downing Street e al Quay d’Orsay il solo sentire nominare la parola Siria non evocasse ricordi di un antico, glorioso passato. I Francesi, una volta, bombardarono Damasco tre giorni di fila per sedare la rivolta dei drusi. Una goduria! Gli inglesi vanno ancora in brodo di giuggiole nel rievocare i giorni in cui De Gaulle, rifugiatosi a Londra negli anni dell’occupazione nazista in Francia, veniva richiamato all’ordine dal suo protettore Winston Churchill: “Sei vivo solo grazie a me e ancora ti ostini ad ostacolare i nostri piani in Siria. Smettila o ti taglio i viveri”.
François Hollande e David Cameron sono giovani, anagraficamente parlando. La loro età trombonesca, al contrario, è assai più elevata. Schiavi come sono delle sirene dell’alta finanza e non avendo di conseguenza nulla da offrire al loro elettorato, tutte le volte che possono si travestono da statisti. Perfino, talvolta, da protagonisti della scena mondiale. In una parodia della grandeur e dell’impero britannico (parodie, a loro volta, dell’impero romano), pensarono di potere determinare le sorti del Medio Oriente.
Si dissero pronti a sostenere i nemici di Assad figlio, incuranti di ciò che avrebbe comportato per i commercianti di Bond Street e dei dintorni di Place Vendôme. Barack Obama, al contrario, fu più prudente.
Gli Stati uniti vivono un’epoca di riflusso esofageo. Dopo un’indigestione di guerre para-imperialiste che hanno arricchito una manciata di compagnie private e impoverito una nazione, vorrebbero ritirarsi nei loro confini. Obama è la faccia più presentabile di questo fenomeno, Donald Trump quella più populista e meno raccomandabile.
Il presidente americano avrebbe voluto tenersi fuori dal pantano siriano. Damasco è troppo vicina a Bagdad per non rievocare tristi ricordi. Hillary Clinton, al contrario, appartiene alla precedente generazione politica. Fosse stato per lei, i bombardieri americani volerebbero da anni sui cieli della Libia e della Siria.
Fu così che Obama indossò i panni di Ponzio Pilato. “Fate vobis”, proclamò, e abbandonò i Cameron e gli Hollande ai loro sogni di gloria.
La differenza è visibile ancora oggi. L’Egitto (che è sotto il protettorato americano) è tornato ad essere ciò che era: un bastione dell’equilibrio geopolitico a stelle e strisce. C’è voluto un colpo di stato che ha spodestato un governo democraticamente eletto, ci sono voluti un centinaio di desaparecidos, la morte del povero Giulio Regeni, ma alla fine gli Stati uniti hanno avuto ciò che volevano. Gli europei, invece…
Gli europei, invece, non esistono. L’Europa è solamente l’escrescenza infetta di antichi imperi coloniali, troppo gelosi delle proprie miserabili guarentigie per essere consapevoli di ciò che l’Europa unita potrebbe essere.
L’Europa è il fantasma del povero Muammar Gheddafi, sodomizzato con una baionetta prima di essere sparato.
L’Europa è quei suoi cittadini di origine araba, europei da generazioni, che si fanno saltare in aria negli aeroporti e nelle stazioni delle metropolitane nel nome di Allah e di un fantomatico califfato. Martiri di una fede disumana che per un istante, un brevissimo, drammatico istante, si ritrovarono a combattere fianco a fianco con i leader delle potenze europee.
Ci fu un momento, nella storia del mondo, in cui David Cameron, François Hollande e i terroristi di Parigi e di Bruxelles combatterono dalla stessa parte. Tutti contro i Gheddafi e gli Assad figlio. Ignorando, gli uni e gli altri, le conseguenze delle proprie azioni.
Dio ci salvi (o Allah se preferite) da leader politici che decidono da che parte stare secondo la direzione del vento.

venerdì 9 ottobre 2015

Brutta bestia, la democrazia

La classe politica dei paesi occidentali deve risolvere un problema di non facile soluzione: conciliare le istituzioni democratiche cui deve il potere con la diseguaglianza economica e sociale che le sue scelte politiche stanno riportando a livelli ottocenteschi.
In altri termini, deve trovare il modo di farsi votare da un elettorato cui non ha nulla da offrire in cambio: né la prospettiva di un futuro migliore né la stabilità e la sicurezza degli anni d’oro del secondo dopoguerra. Un’impresa che fa tremar le vene e i polsi.
Perfino Lawrence Summers, l’ex “ministro del tesoro” di Clinton nonché uno dei maggiori responsabili della crisi finanziaria del 2008, sul Financial Times dell’8 ottobre ha sposato la tesi della “fine della crescita” che è al centro del “Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty.
Piketty ritiene che gli elevati tassi annui di crescita che hanno caratterizzato i paesi occidentali dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘70 abbiano rappresentato in realtà una straordinaria eccezione storica. Prima e dopo di allora, il tasso medio di crescita di questi stessi paesi si è sempre aggirato intorno all’uno per cento.
Summers cita la teoria ma non il suo più celebre sostenitore, probabilmente perché avrebbe significato discutere delle possibili soluzioni. Piketty propone una sorta di tassazione internazionale sulle multinazionali (mi si perdoni la semplificazione). Summers non sfiora neppure la questione fiscale ma invita gli Stati a indebitarsi per favorire gli investimenti approfittando dei tassi d’interesse che a suo dire rimarranno bassissimi ancora per chissà quanto.
Summers e quelli come lui stanno finalmente cominciando ad ammettere che la Terra è rotonda ma continuano a navigare a zig-zag. Come se fosse piatta.
C’è ovviamente del metodo in questa apparente follia, che fa ricorso a sistemi vagamente keynesiani e di sinistra (niente meno che un ritorno all’interventismo dello Stato) per occultare la principale causa della stagnazione economica nei paesi occidentali: l’ineguale distribuzione del reddito. Guai a discuterne: gli amici della JP Morgan o della Goldman Sachs potrebbero togliere loro il saluto (per non parlare dei lauti cachet).
*****
Il capitalismo funziona solo in presenza di un mercato di sbocco per le merci (industriali o finanziarie che siano). Qualcuno produce e qualcun altro compra. Non importa che i prodotti siano necessari o superflui, che si tratti di farmaci salvavita o di smartphones, delle spille di Adam Smith o di orsacchiotti di peluche, di titoli obbligazionari o di biglietti della lotteria di capodanno.
Il proprietario del capitale e dei mezzi di produzione ottiene un profitto vendendo il suo “qualcosa” a un prezzo maggiore rispetto a quello di costo, garantendo la giusta dose di foraggio anche a chi fa da intermediario tra il produttore e l’acquirente: la ditta di trasporti, il commerciante all’ingrosso e al dettaglio, le agenzie pubblicitarie, perfino le TV commerciali.
Tutte queste persone campano su quella differenza di prezzo che il consumatore finale sarà disposto a pagare. Il problema, oggi, è che la riduzione del potere d’acquisto dei salariati e la precarizzazione del lavoro hanno interrotto questo circuito.
C’è in giro una quantità spaventosa di denaro che nessuno vuole investire in attività produttive, preferendo cercare strumenti finanziari che permettano di continuare a intascare lauti dividendi. Di fatto producendo soldi per mezzo dei soldi.
La prossima bolla finanziaria sarà quella dei titoli di Stato dei paesi emergenti, gli unici che negli ultimi tempi hanno garantito rendimenti decenti. Quella precedente, il credit crunch del 2007/8, fu figlia di un primo tentativo di risposta al problema della contrazione del potere d’acquisto della classe lavoratrice (e media) occidentale.
La disuguaglianza cominciò a crescere negli anni ’80 del secolo scorso. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, i Clinton, i Blair, i Mario Draghi e ovviamente i Summers (solo per fare qualche nome) pensarono di sostituire il welfare state e l’indebitamento pubblico con le carte di credito e i mutui. Ovvero con l’indebitamento privato.
Alla base c’era l’idea di un epocale rimescolamento della distribuzione internazionale del lavoro: trapiantare la produzione industriale nei paesi in via di sviluppo e mantenere in occidente solo le attività a più alto valore aggiunto. La riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori occidentali sarebbe stata compensata dalle facilitazioni sul credito e dall’inondazione di merci a buon mercato provenienti da posti come la Cina, il Brasile, il Vietnam o la Romania. Il muro di Berlino era nel frattempo crollato e i paesi al di qua della cortina di ferro si trovarono inondati da lavoratori qualificati, a basso costo e per giunta bianchi (gli USA, per parte loro, avevano e hanno il loro bacino di manovalanza al di là del Rio Bravo). L’Europa dell’Est era tornata finalmente a essere ciò che era stata prima del comunismo: esportatrice netta di manodopera (come, del resto, il Mezzogiorno d’Italia).
Per un po’ sembrò funzionare. Tutti erano felici: gli amministratori delegati, gli azionisti, i politici e perfino la classe media che li votava. Certo, alcuni paesi alla periferia dell’Occidente faticavano un po’ a stare dietro alle “locomotive” dello sviluppo. L’Italia, che aveva accumulato uno spaventoso debito pubblico negli anni della Milano da bere ed era stata addirittura cacciata dal sistema monetario europeo perché insisteva a svalutare la lira per ripagare i creditori internazionali con carta straccia, vide scomparire di colpo un’intera classe politica e si affidò all’unto dal Signore, ai fascisti usciti dalle fogne e ai figli e ai nipoti degli immigrati meridionali che un giorno scoprirono d’essere niente meno che discendenti dei celti.
I greci assunsero un manipolo di consulenti della Goldman Sachs e si fecero truccare i conti pubblici. Gli spagnoli costruirono intere città per i pensionati inglesi e tedeschi con i soldi delle proprie banche, gettando le premesse per una gigantesca bolla immobiliare. L’Irlanda divenne di fatto un paradiso fiscale, e i tanti miliardari che usufruirono dei suoi servizi ne furono talmente contenti da omaggiarla del titolo di “tigre celtica”.
Le malefatte e l’arte d’arrangiarsi dei paesi più poveri avrebbero già dovuto fornire indizi sufficienti. Perché si trattò, oggi lo sappiamo, di un delirio collettivo di proporzioni gigantesche.
La classe politica dei paesi occidentali che contano è riuscita, per un po’, a sopravvivere alle proprie malefatte. Non ce l’avrebbe mai fatta, senza l’aiuto interessato dei mezzi d’informazione, quasi tutti di proprietà degli stessi gruppi economico-finanziari che avrebbero tutto da perdere, se i cittadini fossero debitamente informati.
*****
La democrazia, in Europa e negli Stati uniti, ha una plurisecolare tradizione. Non è facile sbarazzarsene. Non potendo affrontare l’ostacolo direttamente, occorre aggirarlo. I paesi in cui le classi dirigenti sono più organiche e consapevoli hanno da tempo trovato una soluzione.
Negli Stati uniti devi registrarti per andare a votare, e i poveri non hanno né voglia né tempo di farlo. In Francia si vota col doppio turno: lasciano sfogare i trotzkisti e i lepenisti al primo turno, poi tutto torna comme il faut al ballottaggio. In Gran Bretagna vige il sistema uninominale: contano i collegi, non la percentuale nazionale dei voti. In Germania, le differenze tra i democristiani e i socialdemocratici sono talmente minime che basta avere un voto in più dei rivali e subito una “grosse koalition” risolve ogni problema di governabilità. E’ quello che Renzi sta tentando di fare in Italia: un sistema che consenta di vincere le elezioni senza averlo fatto, puntando cinicamente sulla bassa affluenza al voto (Renzi, in questo, è davvero il Tony Blair italiano. Questa tattica elettorale, l’ex primo ministro inglese l’aveva addirittura teorizzata).
Il problema è che proprio questi sistemi elettorali cominciano a mostrare le prime crepe. La democrazia è un fiume carsico. Pensi di essere riuscito a tenerla sotto terra, ma l’acqua continua a scorrere anche laggiù.
C’è stata un’altra epoca in cui l’Occidente ha visto convivere disuguaglianze sociali simili a quelle di oggi e sistemi elettorali a suffragio universale. Erano i primi del Novecento. Per trovare sbocchi alle proprie merci, i paesi ricchi dell’Occidente s’imbarcarono in avventure coloniali. Il risultato fu la prima guerra mondiale, le cui conseguenze gettarono i semi del fascismo e del nazismo e provocarono la seconda.
Democrazia e disuguaglianza non possono convivere. I blairiani, in Gran Bretagna, s’erano inventati un sistema per ridurre il potere dei sindacati alle primarie del partito laburista. Decisero che bastasse pagare tre sterline per votare, anche senza essere iscritti al partito. Il risultato del loro colpo di genio è stato l’elezione del loro arci nemico Jeremy Corbyn. Per candidarsi alle primarie del partito laburista occorrono almeno 35 firme di parlamentari in carica. Corbyn non le aveva. Fino a quando, all’ultimo minuto, un paio di parlamentari di altre correnti decise di firmare pur sottolineando che non avrebbe mai votato per lui. “Lo facciamo – dissero – perché è giusto che ci sia un dibattito”. Dopo di che, la regola inventata dai blairiani per impedire ai Corbyn di vincere le primarie si è rivolta loro contro. Centinaia di migliaia di elettori britannici hanno versato le tre sterline e hanno votato per Corbyn.
Negli Stati uniti, Hillary Clinton ha criticato l’accordo di libero scambio con i paesi del Pacifico appena firmato da Obama e dagli altri governi delle nazioni interessate. Un fatto davvero curioso, dal momento che la Clinton è stata il "ministro degli esteri" dell’amministrazione Obama e ha personalmente condotto buona parte delle trattative.
Ha dovuto farlo perché il suo rivale alle primarie del partito democratico, il socialista Bernie Sanders (una sorta di Jeremy Corbyn americano), la sta seriamente insidiando. Negli ultimi tre mesi, la Clinton ha raccolto 28 milioni di dollari di donazioni elettorali, provenienti per lo più da multimilionari.
Appena 2 milioni di dollari in più del suo rivale. Con la differenza che quest’ultimo ha ricevuto donazioni dall’importo medio di 25 dollari. I democratici della classe media stanno sostenendo il socialista Bernie Sanders, che da sempre si oppone al trattato di libero scambio con i paesi del Pacifico. Ecco spiegato l’improvviso voltafaccia di Hillary Clinton, che con una mano firma il trattato voluto dai suoi finanziatori e con l’altra lo critica per non alienarsi il sostegno degli elettori democratici.
*****
Piccole crepe si stanno aprendo sul monolite del “pensiero unico”. Dimenticatevi Siryza, Podemos o i Cinque Stelle (tra parentesi: quello grillino è un partito piccoloborghese con molte venature neoliberiste, al contrario di Tsipras e Podemos). Non è dalla periferia dell’impero che il sistema di potere dominante potrà venire minacciato.
E’ nei paesi che contano che faranno di tutto per tappare queste crepe. E per tenere a bada la democrazia.

martedì 22 settembre 2015

Largo ai vecchi

Centinaia di migliaia di cittadini britannici, in gran parte giovani, si sono iscritti alle primarie del partito laburista per votare Jeremy Corbyn, un signore di 66 anni che nel 2020, quando si rivoterà in Gran Bretagna, ne avrà 71. E’ un laburista di sinistra. Vuole privatizzare le ferrovie, le poste. Vuole far pagare più tasse ai ricchi. Stupidaggini da vecchio rincoglionito, hanno detto i suoi avversari laburisti (tutti molto più giovani).
Non vuole far la guerra ai conservatori per strappare loro i voti cosiddetti moderati. Non fa appello agli elettori di centro. Vuole che gli elettori dell’UKIP tornino a votare laburista. In Italia, sarebbe come se il leader del partito democratico facesse appello agli ex elettori del PCI che oggi votano Lega Nord.
Jeremy Corbyn è un vecchio politico di scuola marxista. Ai comizi canta bandiera rossa e se gli tocca di intonare God Save the Queen fa finta di non ricordare le parole. L’establishment inglese è vagamente stupito che un vecchio bacucco di tal fatta abbia potuto attrarre tanto consenso. E parlo dell’establishment di destra come di quello di sinistra (compreso l’organo semi-ufficiale del partito laburista, il Guardian, che dopo aver cercato di affossare Corbyn ha repentinamente cambiato linea quando ha capito che non stava funzionando).
I conservatori dicono di essere contenti. Nelle settimane scorse s’era addirittura parlato di infiltrati conservatori che si sarebbero iscritti al partito laburista pur di votare per un candidato troppo di sinistra per poter vincere le elezioni. Fesserie.
La Gran Bretagna, con gli Stati uniti e l’Italia, è in testa alla classifica dei paesi occidentali con le maggiori diseguaglianze sociali.
I servizi pubblici privatizzati negli ultimi 30 anni funzionano peggio di quando erano in mano allo Stato. Perché i privati, semplicemente, non investono.
Se avete la fortuna di avere un lavoro, dimenticatevi le garanzie che uno si aspetterebbe di trovare in un paese sulla carta civile. I diritti sindacali esistono di fatto solo per il settore pubblico, e Cameron è lì già pronto a limitare ulteriormente il diritto di sciopero. Il mercato immobiliare e degli affitti è in mano a una ricchissima cricca di speculatori.
Ci sono voluti 30 anni per trasformare uno dei paesi più egualitari al mondo in uno dei più ferocemente ingiusti. Dieci dei quali a guida laburista.
I rappresentanti delle classi lavoratrici sono stati letteralmente espulsi dal parlamento. Quasi tutti i parlamentari hanno origini borghesi, conservatori o laburisti che siano. Gli unici poveri che frequentano sono i propri domestici filippini.
Tutto questo è stato possibile perché moltissimi “poveri”, non essendo più rappresentati da nessuno, hanno semplicemente smesso di votare.
Il problema, oggi, è che le giovani generazioni stanno pagando il conto di questo delirio classista. Non hanno strumenti per salire i gradini della scala sociale, perché l’élite al potere l’ha letteralmente smantellata.
Il problema è che molti elettori laburisti non ci hanno capito più niente. Alcuni hanno creduto alla favola degli immigrati che rubano il lavoro agli inglesi e hanno votato UKIP (che, in maniera solo apparentemente paradossale, ha preso più voti dove ci sono meno immigrati). Oppure, in Scozia, sono fuggiti in massa (il Labour ha preso un solo seggio in quella che era una sua tradizionale roccaforte. Gli altri 50 e passa sono andati al partito nazionalista scozzese, che è più a sinistra).
Così oggi la Gran Bretagna si ritrova con un primo ministro conservatore che ha la maggioranza assoluta in Parlamento pur avendo preso il 36 per cento dei voti. Il che significa che il 64 per cento degli elettori non aveva votato per lui. E’ un numero che fa una certa impressione.
Jeremy Corbyn, anagraficamente parlando, potrebbe essere il padre di molti dei nuovi militanti laburisti che si sono iscritti al partito per votare per lui.
Le sue vecchie, anacronistiche ricette, sembrano (e sono) di nuovo attuali. Solo lo Stato può ridurre le diseguaglianze sociali. Solo i diritti sindacali possono proteggere i lavoratori dallo sfruttamento. Non esistono terze o quarte vie.
Una boccata d’aria fresca, dopo tanti anni di stupida, avvilente mitizzazione del mercato, della competizione e della giovinezza.
Tra cinque anni vincerà? Seriamente, chi può avere la presunzione di rispondere a questa domanda? Chi può sapere come sarà il mondo tra cinque anni? Di sicuro, se la rapacità e il parassitismo della classe dirigente britannica continueranno a produrre le politiche di macelleria sociale degli ultimi 30 anni, nella pretesa di potersi mangiare sia l’uovo di oggi che la gallina di domani, un leader laburista che dica cose fuori dal coro sarà il migliore dei candidati possibili.

lunedì 31 agosto 2015

Gli artigli del Gattopardo. La levatrice della storia

Non c’è nazione al mondo che non abbia edificato le proprie città sopra i cadaveri. Scavate sotto qualunque monumento, cercate sotto le fondamenta di qualsiasi palazzo del potere, e troverete un cimitero. Nessun Paese al mondo, nessuna civiltà è innocente.
L’Italia non fa eccezione. La sua levatrice fu la guerra, perché il secolo che la vide nascere, l’Ottocento, fu un’età di guerre e di rivoluzioni. Partorito tra i fumi e la polvere da sparo delle campagne napoleoniche, il Secolo lungo esalerà gli ultimi respiri nelle fangose trincee della prima guerra mondiale.
Se non si ha presente tale contesto, perfino un episodio apparentemente remoto e periferico come la rivolta di Santa Margherita di Belice del 4 e 5 marzo 1861 risulterà incomprensibile.
Eppure fu una delle prime rivolte dell’Italia unita. Appena due settimane prima, alle ore 11 antimeridiane del 18 febbraio 1861, Vittorio Emanuele II aveva aperto la seduta inaugurale della prima legislatura del Regno.
“L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra” disse il sovrano ai deputati e senatori riuniti in seduta comune. Non prima, tuttavia, di avere ricordato a cosa si dovesse il raggiungimento di un simile obiettivo. Non prima di avere rimarcato per grazia di chi l’Italia fosse nata: “Per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei Popoli, e per lo splendido valore degli Eserciti”.
Lo “splendido valore degli Eserciti”. Eserciti con la “E” maiuscola. Come la “P” della Provvidenza e dei Popoli. Le sentenze dei contemporanei sono a volte meno ardue di quelle dei posteri.
Posatasi la polvere da sparo, le nuove classi dirigenti italiane si trovarono a dover fronteggiare un compito difficilissimo. Forse, per molti versi, addirittura impossibile: costruire un Paese i cui neonati cittadini non parlavano neppure la stessa lingua.
L’impresa in cui riuscirono ha dello straordinario. Noi che oggi diamo per scontato il fatto di essere “italiani” tendiamo, temo, a dimenticarlo.
Non fraintendetemi. L’aggettivo “straordinario” va inteso nel senso letterale di un qualcosa che va fuori dell’ordinario. Non gli attribuisco alcuna accezione positiva. Lo maneggio con le pinze di chi ha la dolorosa, terribile consapevolezza che la storia la scrivono sempre i superstiti.
So bene che un sacco di gente è morta, perché tale impresa venisse portata a termine. Ingiustizie sono state commesse. Due guerre mondiali, vent’anni di dittatura fascista. E perfino, giacché di questo mi sto occupando, la mafia. Già, la mafia.
Alle due e mezza della notte fra il 3 e il 4 di marzo, quando venne assassinato Giuseppe Montalbano, il padre di quell’omonimo “barone” di paese che era solito partecipare alle cene della nonna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la Sicilia era in piena anarchia post-rivoluzionaria. Gli equilibri del potere locale erano instabili, per non dire inesistenti.
Un regime era caduto e un altro doveva ancora prenderne il posto. Giuseppe Montalbano, il morto ammazzato, era un garibaldino. Uno che pensava di far parte della cordata vincente. Non aveva idea di quanto fosse in errore.
Il suo curriculum vitae sembrava perfetto per l’ipotetica nuova Italia che pareva sul punto di materializzarsi. Aveva partecipato alla rivolta palermitana del 1848 e poi, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, aveva messo su un gruppo di picciotti locali e s’era aggregato ai Mille.
Nel momento in cui fu assassinato era consigliere provinciale in carica. Scoprì quand’era troppo tardi, forse senza neppure avere il tempo di capirlo, di essere finito dalla parte sbagliata della storia.
A sparare, disse la voce popolare, furono i gabellotti che gestivano i feudi dei Filangeri di Cutò. Morì per mano borbonica nell’età dei Savoia. E furono i Savoia a salvare i suoi assassini.
Ciò tuttavia non impedì al figlio del morto di passare le serate estive giocando a scopone nel palazzo di famiglia di quegli stessi Filangeri di Cutò.
Da siciliano, mi sforzo da anni di capire la mia terra. Per riuscirci, mi servirà probabilmente raccontare la storia dei tanti Giuseppe Montalbano.
Del Giuseppe Montalbano ammazzato dai gabellotti dei Lampedusa. Del figlio Giuseppe Montalbano che sposò gli eredi degli assassini. Del di lui figlio Giuseppe Montalbano che divenne parlamentare comunista e poi, in età più avanzata, ferocemente anti-marxista. Del figlio di quest’ultimo, Giuseppe Montalbano anch’egli, l’insospettabile proprietario della casa in cui Totò Riina viveva al momento dell’arresto.
Se comprendo la storia di questa famiglia forse, un giorno, potrò perfino a comprendere in che posto sono nato. Non so se riuscirò nell’intento. Solo una cosa posso già anticiparvi. Non aspettatevi da me giudizi morali. Giuseppe Montalbano, l’ultimo della serie, io l’ho conosciuto. Ho cenato con lui, l’ho visto piangere, l’ho visto ridursi in miseria per pagare gli avvocati. L’ho visto mettere all’asta la casa in cui il suo trisavolo, il Giuseppe Montalbano garibaldino, riunì i picciotti del Belice all’indomani dello sbarco dei Mille.
Fatte le dovute premesse, è tempo di cominciare. Erano le due e trenta del mattino del 4 marzo 1861…