giovedì 1 settembre 2016

Quando i baschi scoprirono l'America

Si dice che i baschi avessero scoperto l’America già nel medioevo. Salpavano dai loro porti della penisola Iberica e veleggiavano fino alle coste degli odierni Labrador e New England, da dove riportavano a casa grandi quantità di merluzzo atlantico. Non svelarono mai dove si trovasse quella loro straordinaria riserva di pesca, che ne fece per secoli i padroni del ricco mercato europeo del pesce salato (Mark Kurlansky, Cod, 1997).
Solo mezzo secolo dopo il genovese Giovanni Caboto “riscoprì” quelle terre e vi piantò la bandiera del suo datore di lavoro, Enrico VII re d’Inghilterra, seguito a distanza di sette anni da Jacques Cartier e dal suo drapeau français.
Nessuno ricorda i nomi dei marinai baschi, o vichinghi, che sapevano dell’esistenza dell’America da molto prima che Colombo la scambiasse per l’India. La cocciutaggine di Colombo rasentava la follia: per tutta la vita negò che la terra che aveva raggiunto fosse un altro continente. Assurse comunque a gloria eterna, a dimostrazione del legame che talvolta intercorre tra fama e stupidità.
Noi mammiferi del genere umano, essendo in maggioranza animali gregari, tendiamo a seguire il capo branco, ossia chi è stimato o temuto dai più. Chi invece si sente superiore ai propri simili ed è animato da un grado sufficiente di ambizione e narcisismo, si spinge a volere emulare le gesta di quel capo branco, quando non a scalzarlo dal gradino più alto del podio.
Il contrassegno dei grandi dell’umanità è la grandezza delle loro opere. Sembra una tautologia, è forse lo è. Eppure l’anonimo navigatore basco del X secolo che attraversava l’Atlantico orientandosi con le stelle non aveva nulla in meno, per coraggio e abnegazione, di un Cristoforo Colombo. Né gli mancava l’ambizione: anch’egli voleva primeggiare, al punto da rischiare la vita per farlo, sui propri compaesani.
Né erano meno arditi del loro comandante gli stessi marinai delle caravelle, giusto meno rosi dalla smisurata ambizione e dalla furia evangelizzatrice che furono motivazioni non secondarie della sua smania di raggiungere popoli lontani.
Il coraggio di un mozzo di bordo faceva tuttavia fatica a diventare epopea. I nomi di cui i libri di storia, per secoli, hanno vantato le gesta, erano quelli dei condottieri, dei generali, dei re, talvolta dei loro consiglieri di corte (spesso aggiungendo, in quest’ultimo caso, una spruzzatina di zolfo: un cortigiano, un gran visir, un Rasputin o un cardinale Mazzarino, se capita loro di possedere più potere e ascendenza del sovrano legittimo, sono condannati allo stigma di un non so che di perverso, di devianza dal corso naturale delle cose. Dio ci salvi se poi si tratta di una donna! Di Caterina De’ Medici, per esempio, o di Wu Zetian, che da concubina qual era osò diventare imperatrice della Cina).
Per un attimo, sembrò che il Novecento avesse messo definitivamente in soffitta le chincaglierie e gli ammennicoli del diritto divino a governare il sudditame. Lo fece dopo e financo a dispetto dell’infatuazione romantica per gli eroi, i condottieri e i martiri dell’Ottocento irredentista. Va aggiunto che il pantheon mito-patriottico venne in qualche modo allargato per accogliervi, sia pure di tanto in tanto, personaggi di più modesta levatura ed estrazione sociale: la piccola vedetta lombarda o il contadino siciliano fattosi garibaldino; perfino, nell’ispirata profezia marxista, un’intera classe sociale che si faceva eroe collettivo: il proletariato.
I borghesi o gli aristocratici che si battevano per la patria (alla Nino Bixio), ebbero certo i loro quarti di notorietà, come se la sterminata genia degli eroi del passato chiedesse di avere dei discendenti con un pedigree degno dei loro.
Qualcosa, tuttavia, stava già cambiando, se perfino il rappresentante di Domineddio in terra fu costretto a mettere per iscritto che lui, il successore di Pietro, era infallibile (Pastor Aeternus, 18 luglio 1870). Se hai bisogno di scriverlo e di farlo ratificare dal concilio, vuol dire che tanto scontato più non è.
Era nato il popolo e s’era fatto sovrano, ecco cos’era successo. I partiti, libere associazioni di cittadini che partecipavano alle competizioni elettorali adesso finalmente aperte a tutti, senza restrizioni di censo e più tardi di sesso, divennero i protagonisti della vita politica e sociale.
Dove le istituzioni avevano una maggiore consuetudine con la democrazia, il processo non ebbe soluzioni di continuità. In altri contesti si verificarono crisi di rigetto e il populismo alto e piccolo borghese riportò indietro le lancette della storia: alla Roma imperiale in salsa cattolica e al Sacro Romano Impero in versione pagana (con caudillos iberici di contorno). Non è cosa facile sbarazzarsi del retaggio dei millenni, men che meno del bisogno inconscio di vati e propagatori vari di sifilide ed eroiche gesta. Succede, quando le istituzioni non funzionano.
Fu una breve parentesi, poi il potere finì nelle mani dei piccoli, mediocri, spesso pingui e poco appariscenti funzionari di partito. I mozzi di bordo s’erano fatti ammiragli e i libri di storia smisero di vantare le gesta dei grandi, sostituendole con quelle dei popoli.
Perfino gli eroi cambiarono mestiere.
La lunga marcia non fu solo di Mao ma di tutti i contadini cinesi; Stachanov il minatore divenne l’eroe eponimo del proletariato sovietico; i ladri di biciclette e i terremotati di Messina presero il posto che, sul grande schermo, era stato di Scipione l’Africano; l’uomo che davvero uccise Liberty Valance, vivaddio, fu il semi-analfabeta John Wayne, non l’avvocato diventato membro del Congresso interpretato da James Stewart; lontani da occhi indiscreti, i samurai di Rashomon mettevano da parte l’eroismo e combattevano come avrebbe fatto chiunque tra noi: da ammazzasette e facendosela sotto dalla paura.
I partiti di massa aborrivano il culto della personalità. Guai a sentirsi superiori, a ritenersi indispensabili. Il bene del partito, l’interesse generale, faceva aggio su qualunque idiosincrasia, su qualsivoglia mal di pancia.
La perfezione non è di questo mondo (e forse neppure di quell’altro, a giudicare da quante volte perfino i più onniscienti tra gli dei, esasperati, si siano risolti ad allagare il creato pur di ripartire da zero). Come sempre, i difetti erano più dei pregi, ma è il destino di noi creature imperfette.
Quel che è certo è che gli statisti di cui oggi a quanto pare sentiamo la mancanza; quei leader che nostalgicamente confrontiamo con i nostri attuali rappresentanti; i Churchill, i De Gaulle, i Togliatti, perfino i De Gasperi (ah se ci fossero loro al posto di David Cameron, di Hollande, di Renzi!); per quanto forse sì, forse dentro di loro pensassero d’essere superiori, di essere meglio degli altri (un leader modesto è una contraddizione in termini), e per quanto forse proverebbero un umano, comprensibile piacere di fronte a tale postuma adulazione; tutto ciò premesso e fatta la tara delle umane debolezze, dubito si riconoscerebbero nel ritratto che viene fatto di loro.
La grandezza delle loro gesta, come lo sbarco in quell’America che Colombo negò d’avere scoperta, non fu affatto merito loro. Churchill s’oppose fino all’ultimo all’inevitabile, e mentre l’impero britannico si dissolveva davanti ai suoi propri occhi andava ancora cianciando di non voler essere il primo ministro che sovrintendeva alla fine del dominio britannico sul mondo; De Gaulle, ospitato a Londra negli anni dell’occupazione nazista della Francia, ancora brigava contro la tradizionale nemica, la Gran Bretagna, in nome della grandeur e per mantenere il controllo della Siria, con Churchill nella stanza accanto che di tanto in tanto, per ripicca, minacciava di tagliargli i viveri; Togliatti camminava sul filo di Yalta, conciliando mefistofelicamente le purghe staliniane degli intellettuali sovietici e i buoni rapporti con l’intellighenzia italiana; De Gasperi fingeva di non sapere nulla del massacro dei sindacalisti siciliani, e dei metodi poco ortodossi e ancor meno democratici grazie ai quali la mia Sicilia si addormentò comunista e si risvegliò democristiana.
La grandezza delle loro gesta dipese dall’avere tenuto le proprie posizioni a dispetto di tutto, senza farsi traviare dall’idea medioevale che siano i leader a cambiare i paesi. I grandi del passato sono uomini come noi che, per arrivismo, ambizione e abilità nel conservare la poltrona, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Ciò che della loro epoca rimpiangiamo accadde indipendentemente dalla loro volontà.
Quando Napoleone conquistò mezza Europa, portava con sé la spada e, come libro, il codice civile francese. Bonaparte rappresentava il futuro, era il grande riformatore del manzoniano Cinque Maggio. Arrivò fino alle porte di Mosca, dove giovani, adrenalinici generali russi studiavano piani di battaglia per contrastarlo. Mentre loro spostavano e rispostavano armate sulle mappe come giocatori di Risiko, il capo dell’esercito zarista, il generale Kutuzov, vinto dalla vecchiaia e dalla disfunzione epatica, placidamente si addormentava.
Era troppo vecchio ed esperto per credere davvero che la strategia militare avesse un senso. Sapeva che i francesi sarebbero stati sconfitti dal terribile inverno russo, e che tutto il resto era solo fumo negli occhi. Tolstoj, che a differenza di altri scrittori la guerra la combatté sul serio, di questo straordinario temporeggiatore ha dipinto un meraviglioso ritratto.
Perché, questo è il punto, nessuno controlla davvero il mondo. Né Napoleone, né Obama, né la CIA, né Putin, né il gruppo Bilderberg, né tanto meno i rettiliani. Ognuno, semplicemente, difende il suo. Fino a quando, misteriosamente e spesso dopo immani tragedie, si raggiunge un accettabile equilibrio.
Questa è la storia dell’umanità. Drammatica, terribile, meravigliosa. Tutti e nessuno siamo i depositari della verità: i marinai baschi, Cristoforo Colombo e i suoi mozzi di bordo, Napoleone, il generale Kutuzov e perfino il sottoscritto, e ovviamente voi che siete riusciti a leggermi fin qui. Sbraniamoci a vicenda, se serve, ma non lasciamo che siano i capi branco, gli individui alfa, gli assai presunti uomini forti, gli onesti a prescindere, gli unti dal signore o i senza peccato a fare finta di scrivere la storia.

Quando i baschi scoprirono l'America

Si dice che i baschi avessero scoperto l’America già nel medioevo. Salpavano dai loro porti della penisola Iberica e veleggiavano fino alle coste degli odierni Labrador e New England, da dove riportavano a casa grandi quantità di merluzzo atlantico. Non svelarono mai dove si trovasse quella loro straordinaria riserva di pesca, che ne fece per secoli i padroni del ricco mercato europeo del pesce salato (Mark Kurlansky, Cod, 1997).
Solo mezzo secolo dopo il genovese Giovanni Caboto “riscoprì” quelle terre e vi piantò la bandiera del suo datore di lavoro, Enrico VII re d’Inghilterra, seguito a distanza di sette anni da Jacques Cartier e dal suo drapeau français.
Nessuno ricorda i nomi dei marinai baschi, o vichinghi, che sapevano dell’esistenza dell’America da molto prima che Colombo la scambiasse per l’India. La cocciutaggine di Colombo rasentava la follia: per tutta la vita negò che la terra che aveva raggiunto fosse un altro continente. Assurse comunque a gloria eterna, a dimostrazione del legame che talvolta intercorre tra fama e stupidità.
Noi mammiferi del genere umano, essendo in maggioranza animali gregari, tendiamo a seguire il capo branco, ossia chi è stimato o temuto dai più. Chi invece si sente superiore ai propri simili ed è animato da un grado sufficiente di ambizione e narcisismo, si spinge a volere emulare le gesta di quel capo branco, quando non a scalzarlo dal gradino più alto del podio.
Il contrassegno dei grandi dell’umanità è la grandezza delle loro opere. Sembra una tautologia, è forse lo è. Eppure l’anonimo navigatore basco del X secolo che attraversava l’Atlantico orientandosi con le stelle non aveva nulla in meno, per coraggio e abnegazione, di un Cristoforo Colombo. Né gli mancava l’ambizione: anch’egli voleva primeggiare, al punto da rischiare la vita per farlo, sui propri compaesani.
Né erano meno arditi del loro comandante gli stessi marinai delle caravelle, giusto meno rosi dalla smisurata ambizione e dalla furia evangelizzatrice che furono motivazioni non secondarie della sua smania di raggiungere popoli lontani.
Il coraggio di un mozzo di bordo faceva tuttavia fatica a diventare epopea. I nomi di cui i libri di storia, per secoli, hanno vantato le gesta, erano quelli dei condottieri, dei generali, dei re, talvolta dei loro consiglieri di corte (spesso aggiungendo, in quest’ultimo caso, una spruzzatina di zolfo: un cortigiano, un gran visir, un Rasputin o un cardinale Mazzarino, se capita loro di possedere più potere e ascendenza del sovrano legittimo, sono condannati allo stigma di un non so che di perverso, di devianza dal corso naturale delle cose. Dio ci salvi se poi si tratta di una donna! Di Caterina De’ Medici, per esempio, o di Wu Zetian, che da concubina qual era osò diventare imperatrice della Cina).
Per un attimo, sembrò che il Novecento avesse messo definitivamente in soffitta le chincaglierie e gli ammennicoli del diritto divino a governare il sudditame. Lo fece dopo e financo a dispetto dell’infatuazione romantica per gli eroi, i condottieri e i martiri dell’Ottocento irredentista. Va aggiunto che il pantheon mito-patriottico venne in qualche modo allargato per accogliervi, sia pure di tanto in tanto, personaggi di più modesta levatura ed estrazione sociale: la piccola vedetta lombarda o il contadino siciliano fattosi garibaldino; perfino, nell’ispirata profezia marxista, un’intera classe sociale che si faceva eroe collettivo: il proletariato.
I borghesi o gli aristocratici che si battevano per la patria (alla Nino Bixio), ebbero certo i loro quarti di notorietà, come se la sterminata genia degli eroi del passato chiedesse di avere dei discendenti con un pedigree degno dei loro.
Qualcosa, tuttavia, stava già cambiando, se perfino il rappresentante di Domineddio in terra fu costretto a mettere per iscritto che lui, il successore di Pietro, era infallibile (Pastor Aeternus, 18 luglio 1870). Se hai bisogno di scriverlo e di farlo ratificare dal concilio, vuol dire che tanto scontato più non è.
Era nato il popolo e s’era fatto sovrano, ecco cos’era successo. I partiti, libere associazioni di cittadini che partecipavano alle competizioni elettorali adesso finalmente aperte a tutti, senza restrizioni di censo e più tardi di sesso, divennero i protagonisti della vita politica e sociale.
Dove le istituzioni avevano una maggiore consuetudine con la democrazia, il processo non ebbe soluzioni di continuità. In altri contesti si verificarono crisi di rigetto e il populismo alto e piccolo borghese riportò indietro le lancette della storia: alla Roma imperiale in salsa cattolica e al Sacro Romano Impero in versione pagana (con caudillos iberici di contorno). Non è cosa facile sbarazzarsi del retaggio dei millenni, men che meno del bisogno inconscio di vati e propagatori vari di sifilide ed eroiche gesta. Succede, quando le istituzioni non funzionano.
Fu una breve parentesi, poi il potere finì nelle mani dei piccoli, mediocri, spesso pingui e poco appariscenti funzionari di partito. I mozzi di bordo s’erano fatti ammiragli e i libri di storia smisero di vantare le gesta dei grandi, sostituendole con quelle dei popoli.
Perfino gli eroi cambiarono mestiere.
La lunga marcia non fu solo di Mao ma di tutti i contadini cinesi; Stachanov il minatore divenne l’eroe eponimo del proletariato sovietico; i ladri di biciclette e i terremotati di Messina presero il posto che, sul grande schermo, era stato di Scipione l’Africano; l’uomo che davvero uccise Liberty Valance, vivaddio, fu il semi-analfabeta John Wayne, non l’avvocato diventato membro del Congresso interpretato da James Stewart; lontani da occhi indiscreti, i samurai di Rashomon mettevano da parte l’eroismo e combattevano come avrebbe fatto chiunque tra noi: da ammazzasette e facendosela sotto dalla paura.
I partiti di massa aborrivano il culto della personalità. Guai a sentirsi superiori, a ritenersi indispensabili. Il bene del partito, l’interesse generale, faceva aggio su qualunque idiosincrasia, su qualsivoglia mal di pancia.
La perfezione non è di questo mondo (e forse neppure di quell’altro, a giudicare da quante volte perfino i più onniscienti tra gli dei, esasperati, si siano risolti ad allagare il creato pur di ripartire da zero). Come sempre, i difetti erano più dei pregi, ma è il destino di noi creature imperfette.
Quel che è certo è che gli statisti di cui oggi a quanto pare sentiamo la mancanza; quei leader che nostalgicamente confrontiamo con i nostri attuali rappresentanti; i Churchill, i De Gaulle, i Togliatti, perfino i De Gasperi (ah se ci fossero loro al posto di David Cameron, di Hollande, di Renzi!); per quanto forse sì, forse dentro di loro pensassero d’essere superiori, di essere meglio degli altri (un leader modesto è una contraddizione in termini), e per quanto forse proverebbero un umano, comprensibile piacere di fronte a tale postuma adulazione; tutto ciò premesso e fatta la tara delle umane debolezze, dubito si riconoscerebbero nel ritratto che viene fatto di loro.
La grandezza delle loro gesta, come lo sbarco in quell’America che Colombo negò d’avere scoperta, non fu affatto merito loro. Churchill s’oppose fino all’ultimo all’inevitabile, e mentre l’impero britannico si dissolveva davanti ai suoi propri occhi andava ancora cianciando di non voler essere il primo ministro che sovrintendeva alla fine del dominio britannico sul mondo; De Gaulle, ospitato a Londra negli anni dell’occupazione nazista della Francia, ancora brigava contro la tradizionale nemica, la Gran Bretagna, in nome della grandeur e per mantenere il controllo della Siria, con Churchill nella stanza accanto che di tanto in tanto, per ripicca, minacciava di tagliargli i viveri; Togliatti camminava sul filo di Yalta, conciliando mefistofelicamente le purghe staliniane degli intellettuali sovietici e i buoni rapporti con l’intellighenzia italiana; De Gasperi fingeva di non sapere nulla del massacro dei sindacalisti siciliani, e dei metodi poco ortodossi e ancor meno democratici grazie ai quali la mia Sicilia si addormentò comunista e si risvegliò democristiana.
La grandezza delle loro gesta dipese dall’avere tenuto le proprie posizioni a dispetto di tutto, senza farsi traviare dall’idea medioevale che siano i leader a cambiare i paesi. I grandi del passato sono uomini come noi che, per arrivismo, ambizione e abilità nel conservare la poltrona, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Ciò che della loro epoca rimpiangiamo accadde indipendentemente dalla loro volontà.
Quando Napoleone conquistò mezza Europa, portava con sé la spada e, come libro, il codice civile francese. Bonaparte rappresentava il futuro, era il grande riformatore del manzoniano Cinque Maggio. Arrivò fino alle porte di Mosca, dove giovani, adrenalinici generali russi studiavano piani di battaglia per contrastarlo. Mentre loro spostavano e rispostavano armate sulle mappe come giocatori di Risiko, il capo dell’esercito zarista, il generale Kutuzov, vinto dalla vecchiaia e dalla disfunzione epatica, placidamente si addormentava.
Era troppo vecchio ed esperto per credere davvero che la strategia militare avesse un senso. Sapeva che i francesi sarebbero stati sconfitti dal terribile inverno russo, e che tutto il resto era solo fumo negli occhi. Tolstoj, che a differenza di altri scrittori la guerra la combatté sul serio, di questo straordinario temporeggiatore ha dipinto un meraviglioso ritratto.
Perché, questo è il punto, nessuno controlla davvero il mondo. Né Napoleone, né Obama, né la CIA, né Putin, né il gruppo Bilderberg, né tanto meno i rettiliani. Ognuno, semplicemente, difende il suo. Fino a quando, misteriosamente e spesso dopo immani tragedie, si raggiunge un accettabile equilibrio.
Questa è la storia dell’umanità. Drammatica, terribile, meravigliosa. Tutti e nessuno siamo i depositari della verità: i marinai baschi, Cristoforo Colombo e i suoi mozzi di bordo, Napoleone, il generale Kutuzov e perfino il sottoscritto, e ovviamente voi che siete riusciti a leggermi fin qui. Sbraniamoci a vicenda, se serve, ma non lasciamo che siano i capi branco, gli individui alfa, gli assai presunti uomini forti, gli onesti a prescindere, gli unti dal signore o i senza peccato a fare finta di scrivere la storia.

Quando i baschi scoprirono l'America

Si dice che i baschi avessero scoperto l’America già nel medioevo. Salpavano dai loro porti della penisola Iberica e veleggiavano fino alle coste degli odierni Labrador e New England, da dove riportavano a casa grandi quantità di merluzzo atlantico. Non svelarono mai dove si trovasse quella loro straordinaria riserva di pesca, che ne fece per secoli i padroni del ricco mercato europeo del pesce salato (Mark Kurlansky, Cod, 1997).
Solo mezzo secolo dopo il genovese Giovanni Caboto “riscoprì” quelle terre e vi piantò la bandiera del suo datore di lavoro, Enrico VII re d’Inghilterra, seguito a distanza di sette anni da Jacques Cartier e dal suo drapeau français.
Nessuno ricorda i nomi dei marinai baschi, o vichinghi, che sapevano dell’esistenza dell’America da molto prima che Colombo la scambiasse per l’India. La cocciutaggine di Colombo rasentava la follia: per tutta la vita negò che la terra che aveva raggiunto fosse un altro continente. Assurse comunque a gloria eterna, a dimostrazione del legame che talvolta intercorre tra fama e stupidità.
Noi mammiferi del genere umano, essendo in maggioranza animali gregari, tendiamo a seguire il capo branco, ossia chi è stimato o temuto dai più. Chi invece si sente superiore ai propri simili ed è animato da un grado sufficiente di ambizione e narcisismo, si spinge a volere emulare le gesta di quel capo branco, quando non a scalzarlo dal gradino più alto del podio.
Il contrassegno dei grandi dell’umanità è la grandezza delle loro opere. Sembra una tautologia, è forse lo è. Eppure l’anonimo navigatore basco del X secolo che attraversava l’Atlantico orientandosi con le stelle non aveva nulla in meno, per coraggio e abnegazione, di un Cristoforo Colombo. Né gli mancava l’ambizione: anch’egli voleva primeggiare, al punto da rischiare la vita per farlo, sui propri compaesani.
Né erano meno arditi del loro comandante gli stessi marinai delle caravelle, giusto meno rosi dalla smisurata ambizione e dalla furia evangelizzatrice che furono motivazioni non secondarie della sua smania di raggiungere popoli lontani.
Il coraggio di un mozzo di bordo faceva tuttavia fatica a diventare epopea. I nomi di cui i libri di storia, per secoli, hanno vantato le gesta, erano quelli dei condottieri, dei generali, dei re, talvolta dei loro consiglieri di corte (spesso aggiungendo, in quest’ultimo caso, una spruzzatina di zolfo: un cortigiano, un gran visir, un Rasputin o un cardinale Mazzarino, se capita loro di possedere più potere e ascendenza del sovrano legittimo, sono condannati allo stigma di un non so che di perverso, di devianza dal corso naturale delle cose. Dio ci salvi se poi si tratta di una donna! Di Caterina De’ Medici, per esempio, o di Wu Zetian, che da concubina qual era osò diventare imperatrice della Cina).
Per un attimo, sembrò che il Novecento avesse messo definitivamente in soffitta le chincaglierie e gli ammennicoli del diritto divino a governare il sudditame. Lo fece dopo e financo a dispetto dell’infatuazione romantica per gli eroi, i condottieri e i martiri dell’Ottocento irredentista. Va aggiunto che il pantheon mito-patriottico venne in qualche modo allargato per accogliervi, sia pure di tanto in tanto, personaggi di più modesta levatura ed estrazione sociale: la piccola vedetta lombarda o il contadino siciliano fattosi garibaldino; perfino, nell’ispirata profezia marxista, un’intera classe sociale che si faceva eroe collettivo: il proletariato.
I borghesi o gli aristocratici che si battevano per la patria (alla Nino Bixio), ebbero certo i loro quarti di notorietà, come se la sterminata genia degli eroi del passato chiedesse di avere dei discendenti con un pedigree degno dei loro.
Qualcosa, tuttavia, stava già cambiando, se perfino il rappresentante di Domineddio in terra fu costretto a mettere per iscritto che lui, il successore di Pietro, era infallibile (Pastor Aeternus, 18 luglio 1870). Se hai bisogno di scriverlo e di farlo ratificare dal concilio, vuol dire che tanto scontato più non è.
Era nato il popolo e s’era fatto sovrano, ecco cos’era successo. I partiti, libere associazioni di cittadini che partecipavano alle competizioni elettorali adesso finalmente aperte a tutti, senza restrizioni di censo e più tardi di sesso, divennero i protagonisti della vita politica e sociale.
Dove le istituzioni avevano una maggiore consuetudine con la democrazia, il processo non ebbe soluzioni di continuità. In altri contesti si verificarono crisi di rigetto e il populismo alto e piccolo borghese riportò indietro le lancette della storia: alla Roma imperiale in salsa cattolica e al Sacro Romano Impero in versione pagana (con caudillos iberici di contorno). Non è cosa facile sbarazzarsi del retaggio dei millenni, men che meno del bisogno inconscio di vati e propagatori vari di sifilide ed eroiche gesta. Succede, quando le istituzioni non funzionano.
Fu una breve parentesi, poi il potere finì nelle mani dei piccoli, mediocri, spesso pingui e poco appariscenti funzionari di partito. I mozzi di bordo s’erano fatti ammiragli e i libri di storia smisero di vantare le gesta dei grandi, sostituendole con quelle dei popoli.
Perfino gli eroi cambiarono mestiere.
La lunga marcia non fu solo di Mao ma di tutti i contadini cinesi; Stachanov il minatore divenne l’eroe eponimo del proletariato sovietico; i ladri di biciclette e i terremotati di Messina presero il posto che, sul grande schermo, era stato di Scipione l’Africano; l’uomo che davvero uccise Liberty Valance, vivaddio, fu il semi-analfabeta John Wayne, non l’avvocato diventato membro del Congresso interpretato da James Stewart; lontani da occhi indiscreti, i samurai di Rashomon mettevano da parte l’eroismo e combattevano come avrebbe fatto chiunque tra noi: da ammazzasette e facendosela sotto dalla paura.
I partiti di massa aborrivano il culto della personalità. Guai a sentirsi superiori, a ritenersi indispensabili. Il bene del partito, l’interesse generale, faceva aggio su qualunque idiosincrasia, su qualsivoglia mal di pancia.
La perfezione non è di questo mondo (e forse neppure di quell’altro, a giudicare da quante volte perfino i più onniscienti tra gli dei, esasperati, si siano risolti ad allagare il creato pur di ripartire da zero). Come sempre, i difetti erano più dei pregi, ma è il destino di noi creature imperfette.
Quel che è certo è che gli statisti di cui oggi a quanto pare sentiamo la mancanza; quei leader che nostalgicamente confrontiamo con i nostri attuali rappresentanti; i Churchill, i De Gaulle, i Togliatti, perfino i De Gasperi (ah se ci fossero loro al posto di David Cameron, di Hollande, di Renzi!); per quanto forse sì, forse dentro di loro pensassero d’essere superiori, di essere meglio degli altri (un leader modesto è una contraddizione in termini), e per quanto forse proverebbero un umano, comprensibile piacere di fronte a tale postuma adulazione; tutto ciò premesso e fatta la tara delle umane debolezze, dubito si riconoscerebbero nel ritratto che viene fatto di loro.
La grandezza delle loro gesta, come lo sbarco in quell’America che Colombo negò d’avere scoperta, non fu affatto merito loro. Churchill s’oppose fino all’ultimo all’inevitabile, e mentre l’impero britannico si dissolveva davanti ai suoi propri occhi andava ancora cianciando di non voler essere il primo ministro che sovrintendeva alla fine del dominio britannico sul mondo; De Gaulle, ospitato a Londra negli anni dell’occupazione nazista della Francia, ancora brigava contro la tradizionale nemica, la Gran Bretagna, per mantenere il controllo della Siria, con Churchill nella stanza accanto che di tanto in tanto, per ripicca, minacciava di tagliargli i viveri; Togliatti camminava sul filo di Yalta, conciliando mefistofelicamente le purghe staliniane degli intellettuali sovietici e i buoni rapporti con l’intellighenzia italiana; De Gasperi fingeva di non sapere nulla del massacro dei sindacalisti siciliani, e dei metodi poco ortodossi e ancor meno democratici grazie ai quali la mia Sicilia si addormentò comunista e si risvegliò democristiana.
La grandezza delle loro gesta dipese dall’avere tenuto le proprie posizioni a dispetto di tutto, senza farsi traviare dall’idea medioevale che siano i leader a cambiare i paesi. I grandi del passato sono uomini come noi che, per arrivismo, ambizione e abilità nel conservare la poltrona, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Ciò che della loro epoca rimpiangiamo accadde indipendentemente dalla loro volontà.
Quando Napoleone conquistò mezza Europa, portava con sé la spada e, come libro, il codice civile francese. Bonaparte rappresentava il futuro, era il grande riformatore del manzoniano Cinque Maggio. Arrivò fino alle porte di Mosca, dove giovani, adrenalinici generali russi studiavano piani di battaglia per contrastarlo. Mentre loro spostavano e rispostavano armate sulle mappe come giocatori di Risiko, il capo dell’esercito zarista, il generale Kutuzov, vinto dalla vecchiaia e dalla disfunzione epatica, placidamente si addormentava.
Era troppo vecchio ed esperto per credere davvero che la strategia militare avesse un senso. Sapeva che i francesi sarebbero stati sconfitti dal terribile inverno russo, e che tutto il resto era solo fumo negli occhi. Tolstoj, che a differenza di altri scrittori la guerra la combatté sul serio, di questo straordinario temporeggiatore ha dipinto un meraviglioso ritratto.
Perché, questo è il punto, nessuno controlla davvero il mondo. Né Napoleone, né Obama, né la CIA, né Putin, né il gruppo Bilderberg, né tanto meno i rettiliani. Ognuno, semplicemente, difende il suo. Fino a quando, misteriosamente e spesso dopo immani tragedie, si raggiunge un accettabile equilibrio.
Questa è la storia dell’umanità. Drammatica, terribile, meravigliosa. Tutti e nessuno siamo i depositari della verità: i marinai baschi, Cristoforo Colombo e i suoi mozzi di bordo, Napoleone, il generale Kutuzov e perfino il sottoscritto, e ovviamente voi che siete riusciti a leggermi fin qui. Sbraniamoci a vicenda, se serve, ma non lasciamo che siano i capi branco, gli individui alfa, gli assai presunti uomini forti, gli onesti a prescindere, gli unti dal signore o i senza peccato a fare finta di scrivere la storia.

Quando i baschi scoprirono l'America

Si dice che i baschi avessero scoperto l’America già nel medioevo. Salpavano dai loro porti della penisola Iberica e veleggiavano fino alle coste degli odierni Labrador e New England, da dove riportavano a casa grandi quantità di merluzzo atlantico. Non svelarono mai dove si trovasse quella loro straordinaria riserva di pesca, che ne fece per secoli i padroni del ricco mercato europeo del pesce salato (Mark Kurlansky, Cod, 1997).
Solo mezzo secolo dopo il genovese Giovanni Caboto “riscoprì” quelle terre e vi piantò la bandiera del suo datore di lavoro, Enrico VII re d’Inghilterra, seguito a distanza di sette anni da Jacques Cartier e dal suo drapeau français.
Nessuno ricorda i nomi dei marinai baschi, o vichinghi, che sapevano dell’esistenza dell’America da molto prima che Colombo la scambiasse per l’India. La cocciutaggine di Colombo rasentava la follia: per tutta la vita negò che la terra che aveva raggiunto fosse un altro continente. Assurse comunque a gloria eterna, a dimostrazione del legame che talvolta intercorre tra fama e stupidità.
Noi mammiferi del genere umano, essendo in maggioranza animali gregari, tendiamo a seguire il capo branco, ossia chi è stimato o temuto dai più. Chi invece si sente superiore ai propri simili ed è animato da un grado sufficiente di ambizione e narcisismo, si spinge a volere emulare le gesta di quel capo branco, quando non a scalzarlo dal gradino più alto del podio.
Il contrassegno dei grandi dell’umanità è la grandezza delle loro opere. Sembra una tautologia, è forse lo è. Eppure l’anonimo navigatore basco del X secolo che attraversava l’Atlantico orientandosi con le stelle non aveva nulla in meno, per coraggio e abnegazione, di un Cristoforo Colombo. Né gli mancava l’ambizione: anch’egli voleva primeggiare, al punto da rischiare la vita per farlo, sui propri compaesani.
Né erano meno arditi del loro comandante gli stessi marinai delle caravelle, giusto meno rosi dalla smisurata ambizione e dalla furia evangelizzatrice che furono motivazioni non secondarie della sua smania di raggiungere popoli lontani.
Il coraggio di un mozzo di bordo faceva tuttavia fatica a diventare epopea. I nomi di cui i libri di storia, per secoli, hanno vantato le gesta, erano quelli dei condottieri, dei generali, dei re, talvolta dei loro consiglieri di corte (spesso aggiungendo, in quest’ultimo caso, una spruzzatina di zolfo: un cortigiano, un gran visir, un Rasputin o un cardinale Mazzarino, se capita loro di possedere più potere e ascendenza del sovrano legittimo, sono condannati allo stigma di un non so che di perverso, di devianza dal corso naturale delle cose. Dio ci salvi se poi si tratta di una donna! Di Caterina De’ Medici, per esempio, o di Wu Zetian, che da concubina qual era osò diventare imperatrice della Cina).
Per un attimo, sembrò che il Novecento avesse messo definitivamente in soffitta le chincaglierie e gli ammennicoli del diritto divino a governare il sudditame. Lo fece dopo e financo a dispetto dell’infatuazione romantica per gli eroi, i condottieri e i martiri dell’Ottocento irredentista. Va aggiunto che il pantheon mito-patriottico venne in qualche modo allargato per accogliervi, sia pure di tanto in tanto, personaggi di più modesta levatura ed estrazione sociale: la piccola vedetta lombarda o il contadino siciliano fattosi garibaldino; perfino, nell’ispirata profezia marxista, un’intera classe sociale che si faceva eroe collettivo: il proletariato.
I borghesi o gli aristocratici che si battevano per la patria (alla Nino Bixio), ebbero certo i loro quarti di notorietà, come se la sterminata genia degli eroi del passato chiedesse di avere dei discendenti con un pedigree degno dei loro.
Qualcosa, tuttavia, stava già cambiando, se perfino il rappresentante di Domineddio in terra fu costretto a mettere per iscritto che lui, il successore di Pietro, era infallibile (Pastor Aeternus, 18 luglio 1870). Se hai bisogno di scriverlo e di farlo ratificare dal concilio, vuol dire che tanto scontato più non è.
Era nato il popolo e s’era fatto sovrano, ecco cos’era successo. I partiti, libere associazioni di cittadini che partecipavano alle competizioni elettorali adesso finalmente aperte a tutti, senza restrizioni di censo e più tardi di sesso, divennero i protagonisti della vita politica e sociale.
Dove le istituzioni avevano una maggiore consuetudine con la democrazia, il processo non ebbe soluzioni di continuità. In altri contesti si verificarono crisi di rigetto e il populismo alto e piccolo borghese riportò indietro le lancette della storia: alla Roma imperiale in salsa cattolica e al Sacro Romano Impero in versione pagana (con caudillos iberici di contorno). Non è cosa facile sbarazzarsi del retaggio dei millenni, men che meno del bisogno inconscio di vati e propagatori vari di sifilide ed eroiche gesta. Succede, quando le istituzioni non funzionano.
Fu una breve parentesi, poi il potere finì nelle mani dei piccoli, mediocri, spesso pingui e poco appariscenti funzionari di partito. I mozzi di bordo s’erano fatti ammiragli e i libri di storia smisero di vantare le gesta dei grandi, sostituendole con quelle dei popoli.
Perfino gli eroi cambiarono mestiere.
La lunga marcia non fu solo di Mao ma di tutti i contadini cinesi; Stachanov il minatore divenne l’eroe eponimo del proletariato sovietico; i ladri di biciclette e i terremotati di Messina presero il posto che, sul grande schermo, era stato di Scipione l’Africano; l’uomo che davvero uccise Liberty Valance, vivaddio, fu il semi-analfabeta John Wayne, non l’avvocato diventato membro del Congresso interpretato da James Stewart; lontani da occhi indiscreti, i samurai di Rashomon mettevano da parte l’eroismo e combattevano come avrebbe fatto chiunque tra noi: da ammazzasette e facendosela sotto dalla paura.
I partiti di massa aborrivano il culto della personalità. Guai a sentirsi superiori, a ritenersi indispensabili. Il bene del partito, l’interesse generale, faceva aggio su qualunque idiosincrasia, su qualsivoglia mal di pancia.
La perfezione non è di questo mondo (e forse neppure di quell’altro, a giudicare da quante volte perfino i più onniscienti tra gli dei, esasperati, si siano risolti ad allagare il creato pur di ripartire da zero). Come sempre, i difetti erano più dei pregi, ma è il destino di noi creature imperfette.
Quel che è certo è che gli statisti di cui oggi a quanto pare sentiamo la mancanza; quei leader che nostalgicamente confrontiamo con i nostri attuali rappresentanti; i Churchill, i De Gaulle, i Togliatti, perfino i De Gasperi (ah se ci fossero loro al posto di David Cameron, di Hollande, di Renzi!); per quanto forse sì, forse dentro di loro pensassero d’essere superiori, di essere meglio degli altri (un leader modesto è una contraddizione in termini), e per quanto forse proverebbero un umano, comprensibile piacere di fronte a tale postuma adulazione; tutto ciò premesso e fatta la tara delle umane debolezze, dubito si riconoscerebbero nel ritratto che viene fatto di loro.
La grandezza delle loro gesta, come lo sbarco in quell’America che Colombo negò d’avere scoperta, non fu affatto merito loro. Churchill s’oppose fino all’ultimo all’inevitabile, e mentre l’impero britannico si dissolveva davanti ai suoi propri occhi andava ancora cianciando di non voler essere il primo ministro che sovrintendeva alla fine del dominio britannico sul mondo; De Gaulle, ospitato a Londra negli anni dell’occupazione nazista della Francia, ancora brigava contro la tradizionale nemica, la Gran Bretagna, per mantenere il controllo della Siria, con Churchill nella stanza accanto che di tanto in tanto, per ripicca, minacciava di tagliargli i viveri; Togliatti camminava sul filo di Yalta, conciliando mefistofelicamente le purghe staliniane degli intellettuali sovietici e i buoni rapporti con l’intellighenzia italiana; De Gasperi fingeva di non sapere nulla del massacro dei sindacalisti siciliani, e dei metodi poco ortodossi e ancor meno democratici grazie ai quali la mia Sicilia si addormentò comunista e si risvegliò democristiana.
La grandezza delle loro gesta dipese dall’avere tenuto le proprie posizioni a dispetto di tutto, senza farsi traviare dall’idea medioevale che siano i leader a cambiare i paesi. I grandi del passato sono uomini come noi che, per arrivismo, ambizione e abilità nel conservare la poltrona, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Ciò che della loro epoca rimpiangiamo accadde indipendentemente dalla loro volontà.
Quando Napoleone conquistò mezza Europa, portava con sé la spada e, come libro, il codice civile francese. Bonaparte rappresentava il futuro, era il grande riformatore del manzoniano Cinque Maggio. Arrivò fino in Russia, dove giovani, adrenalinici generali studiavano piani di battaglia per contrastarlo. Mentre loro spostavano e rispostavano armate sulle mappe come giocatori di Risiko, il capo dell’esercito zarista, il generale Kutuzov, vinto dalla vecchiaia e dalla disfunzione epatica, placidamente si addormentava.
Era troppo vecchio ed esperto per credere davvero che la strategia militare avesse un senso. Sapeva che i francesi sarebbero stati sconfitti dal terribile inverno russo, e che tutto il resto era solo fumo negli occhi. Tolstoj, che a differenza di altri scrittori la guerra la combatté sul serio, di questo straordinario temporeggiatore ha dipinto un meraviglioso ritratto.
Perché, questo è il punto, nessuno controlla davvero il mondo. Né Napoleone, né Obama, né la CIA, né Putin, né il gruppo Bilderberg, né tanto meno i rettiliani. Ognuno, semplicemente, difende il suo. Fino a quando, misteriosamente e spesso dopo immani tragedie, si raggiunge un accettabile equilibrio.
Questa è la storia dell’umanità. Drammatica, terribile, meravigliosa. Tutti e nessuno siamo i depositari della verità: i marinai baschi, Cristoforo Colombo e i suoi mozzi di bordo, Napoleone, il generale Kutuzov e perfino il sottoscritto, e ovviamente voi che siete riusciti a leggermi fin qui. Sbraniamoci a vicenda, se serve, ma non lasciamo che siano i capi branco, gli individui alfa, gli assai presunti uomini forti, gli onesti a prescindere, gli unti dal signore o i senza peccato a fare finta di scrivere la storia.

Quando i baschi scoprirono l'America

Si dice che i baschi avessero scoperto l’America già nel medioevo. Salpavano dai loro porti della penisola Iberica e veleggiavano fino alle coste degli odierni Labrador e New England, da dove riportavano a casa grandi quantità di merluzzo atlantico. Non svelarono mai dove si trovasse quella loro straordinaria riserva di pesca, che ne fece per secoli i padroni del ricco mercato europeo del pesce salato (Mark Kurlansky, Cod, 1997).
Solo mezzo secolo dopo il genovese Giovanni Caboto “riscoprì” quelle terre e vi piantò la bandiera del suo datore di lavoro, Enrico VII re d’Inghilterra, seguito a distanza di sette anni da Jacques Cartier e dal suo drapeau français.
Nessuno ricorda i nomi dei marinai baschi, o vichinghi, che sapevano dell’esistenza dell’America da molto prima che Colombo la scambiasse per l’India. La cocciutaggine di Colombo rasentava la follia: per tutta la vita negò che la terra che aveva raggiunto fosse un altro continente. Assurse comunque a gloria eterna, a dimostrazione del legame che talvolta intercorre tra fama e stupidità.
Noi mammiferi del genere umano, essendo in maggioranza animali gregari, tendiamo a seguire il capo branco, ossia chi è stimato o temuto dai più. Chi invece si sente superiore ai propri simili ed è animato da un grado sufficiente di ambizione e narcisismo, si spinge a volere emulare le gesta di quel capo branco, quando non a scalzarlo dal gradino più alto del podio.
Il contrassegno dei grandi dell’umanità è la grandezza delle loro opere. Sembra una tautologia, è forse lo è. Eppure l’anonimo navigatore basco del X secolo che attraversava l’Atlantico orientandosi con le stelle non aveva nulla in meno, per coraggio e abnegazione, di un Cristoforo Colombo. Né gli mancava l’ambizione: anch’egli voleva primeggiare, al punto da rischiare la vita per farlo, sui propri compaesani.
Né erano meno arditi del loro comandante gli stessi marinai delle caravelle, giusto meno rosi dalla smisurata ambizione e dalla furia evangelizzatrice che furono motivazioni non secondarie della sua smania di raggiungere popoli lontani.
Il coraggio di un mozzo di bordo faceva tuttavia fatica a diventare epopea. I nomi di cui i libri di storia, per secoli, hanno vantato le gesta, erano quelli dei condottieri, dei generali, dei re, talvolta dei loro consiglieri di corte (spesso aggiungendo, in quest’ultimo caso, una spruzzatina di zolfo: un cortigiano, un gran visir, un Rasputin o un cardinale Mazzarino, se capita loro di possedere più potere e ascendenza del sovrano legittimo, sono condannati allo stigma di un non so che di perverso, di devianza dal corso naturale delle cose. Dio ci salvi se poi si tratta di una donna! Di Caterina De’ Medici, per esempio, o di Wu Zetian, che da concubina qual era osò diventare imperatrice della Cina).
Per un attimo, sembrò che il Novecento avesse messo definitivamente in soffitta le chincaglierie e gli ammennicoli del diritto divino a governare il sudditame. Lo fece dopo e financo a dispetto dell’infatuazione romantica per gli eroi, i condottieri e i martiri dell’Ottocento irredentista. Va aggiunto che il pantheon mito-patriottico venne in qualche modo allargato per accogliervi, sia pure di tanto in tanto, personaggi di più modesta levatura ed estrazione sociale: la piccola vedetta lombarda o il contadino siciliano fattosi garibaldino; perfino, nell’ispirata profezia marxista, un’intera classe sociale che si faceva eroe collettivo: il proletariato.
I borghesi o gli aristocratici che si battevano per la patria (alla Nino Bixio), ebbero certo i loro quarti di notorietà, come se la sterminata genia degli eroi del passato chiedesse di avere dei discendenti con un pedigree degno dei loro.
Qualcosa, tuttavia, stava già cambiando, se perfino il rappresentante di Domineddio in terra fu costretto a mettere per iscritto che lui, il successore di Pietro, era infallibile (Pastor Aeternus, 18 luglio 1870). Se hai bisogno di scriverlo e di farlo ratificare dal concilio, vuol dire che tanto scontato più non è.
Era nato il popolo e s’era fatto sovrano, ecco cos’era successo. I partiti, libere associazioni di cittadini che partecipavano alle competizioni elettorali adesso finalmente aperte a tutti, senza restrizioni di censo e più tardi di sesso, divennero i protagonisti della vita politica e sociale.
Dove le istituzioni avevano una maggiore consuetudine con la democrazia, il processo non ebbe soluzioni di continuità. In altri contesti si verificarono crisi di rigetto e il populismo alto e piccolo borghese riportò indietro le lancette della storia: alla Roma imperiale in salsa cattolica e al Sacro Romano Impero in versione pagana (con caudillos iberici di contorno). Non è cosa facile sbarazzarsi del retaggio dei millenni, men che meno del bisogno inconscio di vati e propagatori vari di sifilide ed eroiche gesta. Succede, quando le istituzioni non funzionano.
Fu una breve parentesi, poi il potere finì nelle mani dei piccoli, mediocri, spesso pingui e poco appariscenti funzionari di partito. I mozzi di bordo s’erano fatti ammiragli e i libri di storia smisero di vantare le gesta dei grandi, sostituendole con quelle dei popoli.
Perfino gli eroi cambiarono mestiere.
La lunga marcia non fu solo di Mao ma di tutti i contadini cinesi; Stachanov il minatore divenne l’eroe eponimo del proletariato sovietico; i ladri di biciclette e i terremotati di Messina presero il posto che, sul grande schermo, era stato di Scipione l’Africano; l’uomo che davvero uccise Liberty Valance, vivaddio, fu il semi-analfabeta John Wayne, non l’avvocato diventato membro del Congresso interpretato da James Stewart; lontani da occhi indiscreti, i samurai di Rashomon mettevano da parte l’eroismo e combattevano come avrebbe fatto chiunque tra noi: da ammazzasette e facendosela sotto dalla paura.
I partiti di massa aborrivano il culto della personalità. Guai a sentirsi superiori, a ritenersi indispensabili. Il bene del partito, l’interesse generale, faceva aggio su qualunque idiosincrasia, su qualsivoglia mal di pancia.
La perfezione non è di questo mondo (e forse neppure di quell’altro, a giudicare da quante volte perfino i più onniscienti tra gli dei, esasperati, si siano risolti ad allagare il creato pur di ripartire da zero). Come sempre, i difetti erano più dei pregi, ma è il destino di noi creature imperfette.
Quel che è certo è che gli statisti di cui oggi a quanto pare sentiamo la mancanza; quei leader che nostalgicamente confrontiamo con i nostri attuali rappresentanti; i Churchill, i De Gaulle, i Togliatti, perfino i De Gasperi (ah se ci fossero loro al posto di David Cameron, di Hollande, di Renzi!); per quanto forse sì, forse dentro di loro pensassero d’essere superiori, di essere meglio degli altri (un leader modesto è una contraddizione in termini), e per quanto forse proverebbero un umano, comprensibile piacere di fronte a tale postuma adulazione; tutto ciò premesso e fatta la tara delle umane debolezze, dubito si riconoscerebbero nel ritratto che viene fatto di loro.
La grandezza delle loro gesta, come lo sbarco in quell’America che Colombo negò d’avere scoperta, non fu affatto merito loro. Churchill s’oppose fino all’ultimo all’inevitabile, e mentre l’impero britannico si dissolveva davanti ai suoi propri occhi andava ancora cianciando di non voler essere il primo ministro che sovrintendeva alla fine del dominio britannico sul mondo; De Gaulle, ospitato a Londra negli anni dell’occupazione nazista della Francia, ancora brigava contro la tradizionale nemica, la Gran Bretagna, per mantenere il controllo della Siria, con Churchill nella stanza accanto che di tanto in tanto, per ripicca, minacciava di tagliargli i viveri; Togliatti camminava sul filo di Yalta, conciliando mefistofelicamente le purghe staliniane degli intellettuali sovietici e i buoni rapporti con l’intellighenzia italiana; De Gasperi fingeva di non sapere nulla del massacro dei sindacalisti siciliani, e dei metodi poco ortodossi e ancor meno democratici grazie ai quali la mia Sicilia si addormentò comunista e si risvegliò democristiana.
La grandezza delle loro gesta dipese dall’avere tenuto le proprie posizioni a dispetto di tutto, senza farsi traviare dall’idea medioevale che siano i leader a cambiare i paesi. I grandi del passato sono uomini come noi che, per arrivismo, ambizione e abilità nel conservare la poltrona, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Ciò che della loro epoca rimpiangiamo accadde indipendentemente dalla loro volontà.
Quando Napoleone conquistò mezza Europa, portava con sé la spada e, come libro, il codice civile francese. Bonaparte rappresentava il futuro, il grande riformatore del manzoniano Cinque Maggio. Arrivò fino in Russia, dove giovani, adrenalinici generali studiavano piani di battaglia per contrastarlo. Mentre loro spostavano e rispostavano armate sulle mappe come giocatori di Risiko, il capo dell’esercito zarista, il generale Kutuzov, vinto dalla vecchiaia e dalla disfunzione epatica, placidamente si addormentava.
Era troppo vecchio ed esperto per credere davvero che la strategia militare avesse un senso. Sapeva che i francesi sarebbero stati sconfitti dal terribile inverno russo, e che tutto il resto era solo fumo negli occhi. Tolstoj, che a differenza di altri scrittori la guerra la combatté sul serio, di questo straordinario temporeggiatore ha dipinto un meraviglioso ritratto.
Perché, questo è il punto, nessuno controlla davvero il mondo. Né Napoleone, né Obama, né la CIA, né Putin, né il gruppo Bilderberg, né tanto meno i rettiliani. Ognuno, semplicemente, difende il suo. Fino a quando, misteriosamente e spesso dopo immani tragedie, si raggiunge un accettabile equilibrio.
Questa è la storia dell’umanità. Drammatica, terribile, meravigliosa. Tutti e nessuno siamo i depositari della verità: i marinai baschi, Cristoforo Colombo e i suoi mozzi di bordo, Napoleone, il generale Kutuzov e perfino il sottoscritto, e ovviamente voi che siete riusciti a leggermi fin qui. Sbraniamoci a vicenda, se serve, ma non lasciamo che siano i capi branco, gli individui alfa, gli assai presunti uomini forti, gli onesti a prescindere, gli unti dal signore o i senza peccato a fare finta di scrivere la storia.

giovedì 25 agosto 2016

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antichi regni che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricchi? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antiche potenze che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricche? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e intermediazione d’affari; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antiche potenze che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricche? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

martedì 2 agosto 2016

Europalgia

Quando il termine nostalgia fu usato per la prima volta, nel 1688, non aveva nulla a che vedere con i dolci ricordi d’infanzia o con le romantiche foto color seppia del paesello che fu.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare alla sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Il fatto è che io ricordo (un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.

Europalgia

Quando il termine nostalgia fu usato per la prima volta, nel 1688, non aveva nulla a che vedere con i dolci ricordi d’infanzia o con le romantiche foto color seppia del paesello che fu.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare alla sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Perché io ricordo (che sia un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.

Europalgia

Quando il termine nostalgia fu usato per la prima volta, nel 1688, non aveva nulla a che vedere con i dolci ricordi d’infanzia o con le romantiche foto color seppia del paesello che fu.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare nella sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Perché io ricordo (che sia un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.

sabato 7 maggio 2016

C'era una volta il pianeta Terra. Maggio 2016. Prima settimana

Yukako Fukushima è una chirurga estetica di Osaka. Lavora presso la clinica Kawamura Gishi, nel pieno centro della seconda città giapponese per numero d’abitanti.
E’ specializzata nella fabbricazione e nell’impianto di dita artificiali. Combinando venti diversi colori, è in grado di ottenere oltre mille tonalità di rosa. Il risultato è che le protesi sono assolutamente identiche alle dita originali.
I suoi clienti sono soprattutto ex-membri della yakuza, la potentissima mafia nipponica. Il taglio della prima falange del mignolo, in giapponese, si chiama yubitsume (letteralmente, accorciamento del dito). E’ una punizione rituale che i trasgressori alle regole dell’organizzazione devono auto-infliggersi.
La dottoressa Fukushima lavora in collaborazione con la polizia. Le sue protesi servono ai membri della yakuza che vogliono rifarsi una vita e, per riuscirci, devono nascondere quel vecchio, riconoscibilissimo marchio d’appartenenza.
Negli ultimi anni è stata oberata di lavoro. Il suo successo professionale è un segno della fase di decadenza che la mafia giapponese sta attraversando. Aveva 80 mila membri nel 2009, ridottisi oggi a 53 mila.
*****
Secondo uno studio dell’Ufficio delle statistiche sul lavoro statunitense (Bureau of Labor Statistics), gli utenti americani di Facebook trascorrono mediamente cinquanta minuti al giorno sui social media. Solo la Tv batte Facebook (2,8 ore al giorno). La lettura si ferma a 19 minuti, Youtube a 17 (Twitter a un solo, miserabile minuto). Ciò spiega il successo economico della società di Mark Zuckerberg. Più tempo un utente passa su Facebook, più il gestore è in grado di tracciarne le preferenze e di personalizzare le inserzioni sulla sua pagina. Una manna per i pubblicitari, che infatti stanno dirottando i loro investimenti dalla stampa e dalla TV tradizionali (troppo generaliste) in direzione di Facebook.
Il trend è in crescita. Cinquanta minuti al giorno significa che, nel corso di un mese, un utente americano medio trascorre un giorno intero a “scrollare” Facebook. Dodici giorni all’anno. Che diventano tuttavia molti di più nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni. Senza ovviamente contare che al totale delle 24 ore giornaliere andrebbero sottratte quelle dedicate al sonno e al lavoro. Fatelo, e l’incidenza di Facebook sul nostro tempo libero finirà con l’assumere dimensioni inquietanti.
*****
Gli elettori di Donald Trump sono in prevalenza maschi, bianchi, diplomati e con un reddito inferiore ai 50 mila dollari all’anno. Curiosamente ma non troppo, la stessa fascia di reddito dei sostenitori di Bernie Sanders, il rivale di sinistra di Hillary Clinton.
Trattasi di gruppi sociali che un tempo sarebbero stati definiti “classe media” (o classe lavoratrice, nella versione americana. I veri poveri, negli Stati uniti, dove occorre registrarsi alle liste elettorali per votare, fanno parte della fascia di reddito in questione ma sono di fatto esclusi dal computo dell’elettorato attivo).
Il sistema elettorale americano è stato modellato sulla classe media, e lo stesso vale per le strategie politico-elettorali dei Repubblicani e dei Democratici (definiti, un tempo, partiti pigliatutto). Quello che sta accadendo negli Stati uniti è solo l’antipasto di una crisi della classe media, devastata dalle disuguaglianze sociali, che sta manifestandosi in tutta la sua gravità nella quasi totalità dei paesi occidentali.
L’élite del partito democratico, rappresentata da Hillary Clinton, sopravvive ancora grazie all’apporto delle minoranze etniche; quella del partito repubblicano è stata letteralmente spazzata via dal ciclone Donald Trump.
Il mondo non sarà mai più come era.
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La cosa più divertente di un’eventuale vittoria di Donald Trump è che toccherebbe proprio a lui, al candidato che ha basato gran parte del suo successo sull’ostilità nei confronti degli immigrati, sul voler costruire muri e su tutto il resto della paccottiglia populista, ad aprire le porte della Casa bianca alla prima first lady non americana.
Sua moglie si chiama Melania Knauss, all’anagrafe Knavs (cambiò il suo cognome quando divenne una top-model). E’ nata a Novo Mesto nel 1970, all'epoca in cui la Slovenia era ancora soltanto una regione della ex-Jugoslavia.
E’ cittadina americana dal 2001, dopo il matrimonio con Trump. La cui prima moglie, tra perentesi, era un’altra modella nata nell’ex Cecoslovacchia.
L’amore non conosce limiti né, a quanto pare, frontiere.
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Il Lussemburgo è un piccolo paese di poco più di 500 mila abitanti, incastonato tra la Francia, il Belgio e la Germania. E’ un noto paradiso fiscale, circostanza che misteriosamente non gli impedisce di esprimere un presidente della Commissione europea che per giunta si permette, senza il minimo senso del ridicolo, di dare lezioni di responsabilità fiscale agli altri paesi dell’Unione.
Eppure, nel giro di cinque anni, questo microscopico staterello potrebbe diventare una delle potenze minerarie più importanti del mondo.
A quanto pare, il Gran Ducato ha un ente spaziale che ha appena sottoscritto due accordi con altrettante società aerospaziali: la californiana Deep Space Industries e la Planetary Resources (che annovera tra i soci Larry Page e Eric Schmidt di Google e il fondatore della Virgin, Richard Branson).
L'obiettivo è quello di lanciare entro il 2020 la prima missione mineraria nello spazio profondo, allo scopo di prelevare minerari rari e preziosi da asteroidi e quant’altro per mezzo di navicelle spaziali prive d’equipaggio.

mercoledì 23 marzo 2016

Quando i terroristi erano nostri alleati

Riassunto delle puntate precedenti.
Nel 2011, quando scoppiò la guerra civile in Siria, centinaia di cittadini europei d’origine araba abbandonarono la pace delle loro case per andare a combattere al fianco dei ribelli.
Si era nel pieno della cosiddetta “primavera araba”: le masse popolari della Tunisia, dell’Egitto, della Libia e adesso della Siria si erano sollevate contro i loro tiranni. Nei primi tre casi con apparente successo.
Ce ne fu perfino una quinta, di primavera araba, molto meno nota delle altre. Anche in Bahrein, infatti, gran parte della popolazione si sollevò, ma dal momento che quel piccolo paese rientra nell’area d’influenza dell’Arabia Saudita, quest’ultima poté tranquillamente donare al regime di Manama le armi acquistate in Gran Bretagna e in Francia affinché sedasse la rivolta. Un conto sono i tanto celebrati valori dell’Occidente, un altro le più mondane esigenze della realpolitik e della geopolitica.
Qualcuno si spinse fino al punto da associare quei giovani arabi d’Occidente, andati a combattere il tiranno Assad figlio, alle migliaia di volontari che negli anni ’30 del secolo scorso partirono dalla Gran Bretagna, dalla Francia e da altri paesi europei per farsi ammazzare in Spagna dalle truppe di Francisco Franco.
In entrambi i casi si trattava di schierarsi dalla parte della giustizia, dei difensori della democrazia oppressa.
Per un po’, i leader occidentali videro di buon occhio quelle sollevazioni popolari (Barhein escluso, ça va sans dire). La piccola Tunisia conta relativamente poco, Gheddafi era sempre stato un megalomane rompicoglioni, e l’Egitto sembrava promettere una svolta perfino più filo-occidentale del filo-americano Mubarak.
La questione siriana era un attimo più complicata. Sulla lavagna dei buoni e dei cattivi, il nome di Assad figlio compariva nella parte giusta. La bellissima moglie Asma è addirittura nata a Londra, ed era talmente à la page che i commercianti di Bond Street (la via Montenapoleone della capitale britannica) ancora piangono la sua assenza. Pare fosse una delle più grandi collezioniste al mondo di scarpe Louboutin da tremila euro al paio. Se questo non significa far parte della vera élite dell’Occidente, ditemi voi cos’altro.
Ciò non impediva che a Downing Street e al Quay d’Orsay il solo sentire nominare la parola Siria non evocasse ricordi di un antico, glorioso passato. I Francesi, una volta, bombardarono Damasco tre giorni di fila per sedare la rivolta dei drusi. Una goduria! Gli inglesi vanno ancora in brodo di giuggiole nel rievocare i giorni in cui De Gaulle, rifugiatosi a Londra negli anni dell’occupazione nazista in Francia, veniva richiamato all’ordine dal suo protettore Winston Churchill: “Sei vivo solo grazie a me e ancora ti ostini ad ostacolare i nostri piani in Siria. Smettila o ti taglio i viveri”.
François Hollande e David Cameron sono giovani, anagraficamente parlando. La loro età trombonesca, al contrario, è assai più elevata. Schiavi come sono delle sirene dell’alta finanza e non avendo di conseguenza nulla da offrire al loro elettorato, tutte le volte che possono si travestono da statisti. Perfino, talvolta, da protagonisti della scena mondiale. In una parodia della grandeur e dell’impero britannico (parodie, a loro volta, dell’impero romano), pensarono di potere determinare le sorti del Medio Oriente.
Si dissero pronti a sostenere i nemici di Assad figlio, incuranti di ciò che avrebbe comportato per i commercianti di Bond Street e dei dintorni di Place Vendôme. Barack Obama, al contrario, fu più prudente.
Gli Stati uniti vivono un’epoca di riflusso esofageo. Dopo un’indigestione di guerre para-imperialiste che hanno arricchito una manciata di compagnie private e impoverito una nazione, vorrebbero ritirarsi nei loro confini. Obama è la faccia più presentabile di questo fenomeno, Donald Trump quella più populista e meno raccomandabile.
Il presidente americano avrebbe voluto tenersi fuori dal pantano siriano. Damasco è troppo vicina a Bagdad per non rievocare tristi ricordi. Hillary Clinton, al contrario, appartiene alla precedente generazione politica. Fosse stato per lei, i bombardieri americani volerebbero da anni sui cieli della Libia e della Siria.
Fu così che Obama indossò i panni di Ponzio Pilato. “Fate vobis”, proclamò, e abbandonò i Cameron e gli Hollande ai loro sogni di gloria.
La differenza è visibile ancora oggi. L’Egitto (che è sotto il protettorato americano) è tornato ad essere ciò che era: un bastione dell’equilibrio geopolitico a stelle e strisce. C’è voluto un colpo di stato che ha spodestato un governo democraticamente eletto, ci sono voluti un centinaio di desaparecidos, la morte del povero Giulio Regeni, ma alla fine gli Stati uniti hanno avuto ciò che volevano. Gli europei, invece…
Gli europei, invece, non esistono. L’Europa è solamente l’escrescenza infetta di antichi imperi coloniali, troppo gelosi delle proprie miserabili guarentigie per essere consapevoli di ciò che l’Europa unita potrebbe essere.
L’Europa è il fantasma del povero Muammar Gheddafi, sodomizzato con una baionetta prima di essere sparato.
L’Europa è quei suoi cittadini di origine araba, europei da generazioni, che si fanno saltare in aria negli aeroporti e nelle stazioni delle metropolitane nel nome di Allah e di un fantomatico califfato. Martiri di una fede disumana che per un istante, un brevissimo, drammatico istante, si ritrovarono a combattere fianco a fianco con i leader delle potenze europee.
Ci fu un momento, nella storia del mondo, in cui David Cameron, François Hollande e i terroristi di Parigi e di Bruxelles combatterono dalla stessa parte. Tutti contro i Gheddafi e gli Assad figlio. Ignorando, gli uni e gli altri, le conseguenze delle proprie azioni.
Dio ci salvi (o Allah se preferite) da leader politici che decidono da che parte stare secondo la direzione del vento.